Javascript Menu by Deluxe-Menu.com

giovedì 16 aprile 2009


Mia nonna ci mette sull'attenti: "vedrete - ve lo dico io - tornerà il fascismo".
Non capisco una cosa, nonna: l'uso del futuro...
Forse - mi viene da pensare, alla ricerca di una risposta - perchè, almeno, forse, ci sarebbe una certa "coerenza" fra il dire e il fare: un'italica rudezza, un menefreghismo sbandierato come (unico) "valore", la prosopopea patriottica e la famiglia spacciati per totem intoccabili, e soprattutto appannaggio solo di una parte...eccetera eccetera eccetera...
E meno paraventi dietro i quali nascondersi, e nascondere le nefandezze che quotidianamente, con un estenuante stillicidio ipocrita di falsità, ovvietà e piagnistei vittimistici ci propinano, per tenere continuamente sotto controllo le nostre menti, e poter agire indisturbati.
Forse...ma la "democrazia" attuale, tenuta in coma vigile da una disinformazione organizzata (avete visto leoni per agnelli, dell'ottimo Robert Redford?), mi fa venire in mente la libertà cantata ne "Il suonatore Jones" di Fabrizio De Andrè....libertà vista "dormire in un campo coltivato, a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato"...
Come a dire: una libertà imposta, cioè il suo contrario...
In ultima analisi: una dittatura del pensiero, che si vuole unico.
Per poter continuare imperterriti a perpetrare i propri porci comodi...
Oggi sentivo il bisogno di riportare, nelle pagine del mio blog, questi due articoli, per i quali non riesco a trovare un aggettivo capace di esprimere appieno il mio sentimento di totale condivisione, un'arrabbiata pacatezza di toni che mi fa piacere...mi regala un sollievo, un refolo di libertà. Una coscienza critica, dissociata dal pensiero unico dominante.
Il primo è di Michele Serra, pubblicato su "La Repubblica "di oggi, 16 aprile 2009.
Rispetto ai tempi del goffo "editto bulgaro", le nubi censorie che si addensano su Michele Santoro e su Milena Gabanelli (e tramite loro sulla Rai nel suo insieme) esprimono un punto di scontro più nitido e, nel suo genere, più maturo.
Non è solo e non è tanto la "faziosità politica" - colpa opinabile per definizione - a essere sotto tiro. È la sostanza stessa del medium più importante e penetrante, la televisione, che trasmissioni come Annozero e Report interpretano come un contro-potere strutturalmente autonomo (tale è l'informazione nella tradizione delle democrazie), e questo potere politico intende, invece, come cingolo di trasmissione dei propri scopi: non per caso è un potere al tempo stesso politico e mediatico. Anche tecnicamente.
Nei giorni drammatici del terremoto, lo scontro tra queste due funzioni della televisione è stato evidente. Si trattava di mettere l'accento sulle deficienze strutturali e le responsabilità umane che hanno aggravato di molto il bilancio delle vittime e dei danni. Oppure di esaltare l'opera dei soccorsi e l'efficienza dello Stato. Il primo obiettivo è tipico del giornalismo-giornalismo, che qui da noi, non si capisce bene per quale strambo equivoco, si chiama "d'assalto". Il secondo obiettivo è invece tipico della propaganda politica. Genera un linguaggio che tende alla retorica del positivo quanto il primo rischia di cadere nella retorica del negativo.
Scelga ognuno quale di questi due rischi sia più sgradevole e pericoloso per la pubblica opinione. Ma si sappia che è solo il primo rischio - quello di una televisione aspra e irriducibile - a essere sotto accusa, e a nessuno, né dentro la Rai né nella cerchia della politica, è venuto in mente di biasimare o sanzionare le centinaia di ore di televisione leziosa e piagnona che hanno imbozzolato la tragedia del terremoto in un reticolo implacabile di buoni sentimenti, misurando ben più volentieri il diametro della "bontà nazionale" che quello dei pilastri sottodimensionati.
Che i media abbiano anche, in queste situazioni, una funzione di rete connettiva, non solo logistica, che aiuta a reggere l'urto della morte, e a sentirsi comunità, è fuori di dubbio. Ma questa funzione è stata svolta perfino con sovrabbondanza, e fino a rendere stucchevoli anche le immagini del dolore e della rovina. Santoro e la sua redazione hanno scelto - in minoranza - di fare il resto del lavoro, come compete alla storia professionale di un giornalista molto discusso (e discutibile) ma molto tenace. E premiato dall'audience, concetto evidentemente sacro quando si tratti di contare i soldi della pubblicità, ma subito sottaciuto quando si tratti di misurare la temperatura di una parte consistente dell'opinione pubblica.
Peccato che questo "resto del lavoro", sicuramente complementare a un quadro generale molto più blandamente critico, risulti insopportabile al potere politico, così come la puntuta inchiesta di Milena Gabanelli sulla social-card non poteva che fare imbufalire il ministro Tremonti.
"Remare contro" fu una delle prime accuse che il Berlusconi leader nascente mosse ai suoi oppositori. Non lo sfiorò (e non lo sfiora) il sospetto che c'è chi rema né contro né a favore, ma per suo conto. Anche sbagliando, ma sottoponendo al giudizio del pubblico, non al giudizio del potere, i propri errori. Il giornalismo è questo, e dovrebbe saperlo anche il direttore del Giornale Mario Giordano, che un minuto dopo avere potuto dire esattamente quanto voleva dire ad "Annozero" ha orchestrato una violenta campagna di stampa contro lo "sciacallo Santoro". Qualcuno aveva forse detto a Giordano, o a uno qualunque dei giornalisti e telegiornalisti governativi, che usare il terremoto per magnificare la prestanza e la generosità del premier era "sciacallaggio"? Ci si era limitati a pensare, magari, che fosse cattivo gusto, e la libertà di cattivo gusto, se non è sancita dalla Costituzione, è suggerita dal buon senso.
Quanto alla vignetta di Vauro trattata da casus belli e ridicolmente accusata di mancanza di "pietà per le vittime", varrebbe il concetto di cui sopra: qualora la si ritenga di cattivo gusto, da quando il cattivo gusto è oggetto di censura? E quelli che, al contrario, affidano la "pietà per le vittime" a ben altri canali, magari privati, e apprezzano la ruvida intelligenza e la lunga coerenza professionale di Vauro, dovrebbero forse ingoiare il boccone della censura nel nome di una "informazione corretta"? Ma corretta da chi? Dal direttore del "Giornale"?
Il secondo, invece, è di Massimo Gramellini, pubblicata su "La Stampa" di oggi, 16 aprile 2009
Vauro sospeso e Santoro «riequilibrato». Sono le decisioni del nuovo direttore generale della Rai a una settimana dalla puntata di AnnoZero che ha indignato molti, compreso chi scrive, perché ha voluto processare lo Stato a macerie ancora calde, dando prova non di cattivo giornalismo ma di cattivo gusto. Santoro e i suoi inviati non hanno criticato l’azione dei soccorritori, come sostengono alcuni critici. Hanno denunciato l’assenza di un piano preventivo di soccorsi.

Ma il farlo mentre i soccorsi erano in atto e centinaia di persone rischiavano la pelle per salvarne delle altre è parso a molti, compreso a chi scrive, l’ennesima prova del distacco abissale fra certi intellettuali di sinistra e la percezione della realtà. Una mandria di rinoceronti sarebbe stata più sensibile.

Eppure, delle due sanzioni assunte dalla Rai, una lascia esterrefatti e l’altra suscita perplessità. Cominciamo dalle perplessità. In astratto si può essere d’accordo con l’intenzione di «riequilibrare» un programma palesemente squilibrato. Ma in cosa si tradurrà questo riequilibrio in concreto? Il monologo iniziale di Travaglio sarà sostituito da uno di Sgarbi? Santoro girerà per lo studio senz’audio, doppiato da Emilio Fede? Seriamente: «riequilibrio» significa che gli inviati di AnnoZero dovranno impegnarsi a intervistare i vigili del fuoco e i rari casi umani ancora sfuggiti alle telecamere degli altri centoventisette programmi che hanno infilato i loro denti aguzzi nella Immane Tragedia dispensatrice di audience?

Nessuno si faccia illusioni. L’obiettività è una chimera: la stessa intervista, trasmessa ad AnnoZero e, poniamo, a Porta a Porta, cambia completamente significato con una musica, un montaggio e un «cappello» introduttivo differenti. I fatti non sono mai separabili dalle opinioni, per la semplice ragione che i fatti sono opinioni, a seconda dell’ordine e del modo in cui vengono apparecchiati. Perciò l’unica garanzia di obiettività non è una trasmissione plurale, ma una pluralità di trasmissioni. Poiché siamo in Italia, finirà all’italiana. Santoro ribadirà di non aver voluto offendere, ma solo indagare le cause delle disfunzioni organizzative. I suoi amici diranno che AnnoZero dà voce ai mal di pancia di una minoranza che non si riconosce nel cloroformio dei grandi partiti e non ha altre piazze televisive a disposizione. I suoi avversari ribadiranno che Santoro è fazioso e in malafede. E si andrà avanti così, ciascuno convinto di avere ragione e di essere una vittima.

A lasciare esterrefatti è invece la sospensione di Vauro. La sua vignetta sull’aumento di cubatura dei cimiteri, esibita in coda ad AnnoZero, offendeva la sensibilità di chi aveva appena perso una persona cara. Ma non era un articolo di fondo. Era una vignetta. Quando gli estremisti islamici si sentirono offesi da quelle su Maometto, molti di coloro che oggi plaudono alla sospensione di Vauro erano in prima fila, addirittura in tv a canotta sguainata, nel difendere la libertà di espressione. Le vignette sono un porto franco. Non possono soggiacere ad alcun vincolo, nemmeno a quello del buon gusto (che, se peraltro venisse applicato sul serio, porterebbe alla chiusura dell’80% del palinsesto televisivo). Il guaio è che, come insegna l’Undici Settembre, le catastrofi provocano sempre, di riflesso, un irrigidimento del potere. L’altra sera, a Ballarò, persino una battuta innocua di Crozza ha ricevuto la risposta sussiegosa del ministro Maroni («In un momento così tragico...»). Ecco, in un momento così tragico bisogna difendersi dalla prosopopea e dalla retorica. E quindi difendere anche il diritto alle battute di dubbio gusto, chiunque sia a pronunciarle: un presidente del Consiglio come un vignettista del manifesto
 Grazie

0 commenti:

Posta un commento

LinkWithin

Ultimi post pubblicati